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21 novembre 2006

L'ex Paese piu' libero al Mondo...

Io, fotografo in ostaggio
delle paure americane


DAL nostro inviato MARIO CALABRESI


L'otto agosto di quest'anno Ramak Fazel, 41 anni, cittadino americano di professione fotografo, ha cominciato un viaggio di tre mesi alla riscoperta del suo Paese, che presto si sarebbe trasformato in un'odissea nelle paure, nelle paranoie e nelle ansie più profonde dell'America di Bush.

"Sono partito da Fort Wayne, piccola città dell'Indiana dove sono cresciuto. Lì vive ancora mia madre. Sono nato in Iran, ma sono arrivato negli Stati Uniti a pochi mesi di vita, nell'inverno del 1965. Mio padre era un professore universitario di psicologia. Non andava d'accordo con lo scià per le sue idee liberali e non si capì neppure con i rivoluzionari di Khomeini, per lo stesso motivo. L'America ci accolse due volte e io e mia sorella, che è nata qui, ci siamo sempre sentiti cittadini degli Stati Uniti.

Ho deciso di visitare tutte le capitali degli Stati americani, in un viaggio di 25 mila chilometri cominciato nell'afa estiva, concluso battendo i piedi nel nevischio. L'idea mi è venuta - racconta, parlando con molta calma in un ristorante di Columbus, al termine della sua avventura - nel solaio di casa nei giorni di Pasqua. Ho ritrovato la vecchia collezione di francobolli. Una raccolta completa delle emissioni di tutti gli Stati americani dagli anni Venti agli anni Ottanta. Di un certo valore. Li ho amati molto e ho pensato di usarli come guida in quel viaggio che sognavo da anni attraverso gli States. Sono un fotografo professionista, lavoro da tempo in Italia. Ho scelto di fotografare i Capitol Buildings di ogni Stato, quei palazzi costruiti ad emulazione del Campidoglio di Washington. Rappresentano il potere, contengono i parlamenti statali e sono quasi tutti neoclassici con una grande cupola.
All'inizio dell'estate compro un van bianco, lo attrezzo per poterci dormire in caso di necessità e parto seguendo un percorso che mi faccia toccare 49 stati. Punto a occidente, tenendomi a nord. I paesaggi sono meravigliosi. Da ogni città spedisco cartoline agli amici utilizzando i francobolli della collezione e ne invio una anche all'ufficio postale della destinazione successiva, così da timbrare ogni tappa. Nel Missouri, il "cancello per l'Ovest", ci sono 40 gradi, non si respira. Pochi giorni e mi trovo davanti il paesaggio più straordinario, al confine tra Iowa e Nebraska. Ti lasci alle spalle le pianure coltivate per entrare nel West. Cambia la luce, la profondità del paesaggio, iniziano il deserto e le rocce. È l'America dei grandi spazi.

Alle Hawaii ci arrivo da Sacramento, capitale della California. Vicino a me è seduta una signora simpatica e curiosa, una casalinga cinquantenne. Vuole sapere del viaggio e della mia famiglia. La storia è lunga ma anche il volo, così le racconto del nonno paterno, ultimo di una dinastia di mercanti e carrovanieri del Golfo Persico che commerciavano con l'India. Si fermò a Bombay definitivamente negli anni Trenta, scegliendo di non fare il viaggio di ritorno. Lì nacque mio padre. Mia madre viene dal Caucaso, per metà azera e per metà armena. Si sono conosciuti a Teheran e io sono nato ad Abadan nel sud dell'Iran. La signora vuole sapere se ci sono mai tornato. Le spiego che ho potuto farlo solo sei anni fa, e poi una seconda volta nel 2002, in tempo per rivedere mia nonna. Era quasi cieca, ma continuava a cucinare e passava il suo tempo a raccontarmi le ricette della cucina persiana. Poi le indico l'itinerario, parlo delle foto ai parlamenti. La sua curiosità non è mai soddisfatta. Ora vuole sapere cosa mi è piaciuto di più di Sacramento, la sua città. Sto per addormentarmi, le rispondo che mi ha incuriosito molto il grande Mall vicino all'aeroporto, che mi interessano tutti questi immensi centri commerciali. Mi chiede ancora il nome della rivista per cui lavoro, taglio corto e rispondo solo che è una rivista d'architettura. Poi vince il sonno e mi sveglio ad Honolulu, giusto il tempo per salutarla mentre scappa in fretta verso l'uscita.

Al ritorno sul Continente punto subito all'Arizona e al New Mexico. Ad Oklahoma City comincio ad avere la sensazione di essere seguito dalla polizia. I problemi iniziano ad Austin in Texas. La guardia del Capitol non ne vuole sapere delle mie foto: una discussione fastidiosa. Quattro sere dopo fermo il van in un parcheggio di Jackson, nel Mississippi. Vado nel retro e mi metto a studiare i francobolli, quando una luce accecante mi abbaglia. Da un megafono mi viene ordinato di uscire con le mani in alto. Sono circondato da quattro auto della polizia. Mi dicono di stendermi per terra. Vengo ammanettato e perquisito. Il furgone viene perquisito. "Il fucile non si trova", urlano. "Dove l'hai messo?". Entro nel panico. Cerco di spiegarmi. "Abbiamo la segnalazione di un arabo con un fucile". Non c'è nulla. Alla fine mi tolgono le manette: "Cammina. Vai via da qui. Subito".

Ad Atlanta, Georgia, vengo fermato all'ingresso del Capitol. "Come si chiama?". Mi presento e allungo un biglietto da visita, come si usa qui. I poliziotti mi chiedono di aspettare, telefonano, sento chiara una frase: "È lui". Mi autorizzano soltanto a fotografare il cortile. Capisco che c'è una segnalazione sul mio nome. La paranoia si è sposata con la mia faccia, che giorno dopo giorno scopro non essere americana: il mio volto diventa quello di un sospetto terrorista. Nei giorni mi è cresciuta un po' di barba, aiuta a dare corpo alle paure. La taglio subito.

Risalgo la costa atlantica, ad Annapolis capitale del Maryland, arrivo al Capitol alle nove del mattino. Presento la patente e aspetto. Una manciata di secondi e vengo sbattuto contro un muro: "Mani lontano dalle tasche", mi dice una donna con voce tremante. È in divisa ma sembra avere più paura di me. Forse pensano di avere a che fare con un terrorista. "Mettetemi le manette se questo vi fa stare più tranquilli". Lo fanno immediatamente e mi portano fuori. Percorriamo due isolati a piedi fino alla centrale. Sono ammanettato. Tutti mi guardano. Mi vergogno. Aspetto due ore. Poi il capo mi dice: "Mai avuto tante telefonate. Cosa sta succedendo, ma si può sapere chi diavolo è lei?" Da Baltimora arrivano due agenti federali, mostrano i tesserini dell'Fbi. Restiamo in silenzio. Sono sbigottito. Chissà chi pensano di aver arrestato. Un fotografo con un camioncino pieno di vecchi francobolli. Cominciano a farmi domande. Prima non capisco nulla. Poi riconosco la lingua di mia nonna. Stanno parlando in farsi. Gli dico che non parlo l'iraniano. Mi leggono i miei diritti. Chiedono se voglio nominare un avvocato.

"Ci racconti cosa è successo in Texas, ad Austin". "Ho chiesto il permesso per fare una foto e mi è stato detto di no in modo scortese. poi sono ripartito. Tutto qui". "Sei sicuro?". "Sì". "E non ti sei fermato poco dopo a fare un'altra cosa?". "No". "Dicci la verità. Raccontaci la telefonata che hai fatto dalla stazione di servizio". "Non ho fatto alcuna telefonata e poi ho il mio cellulare". "Io quando ero piccolo ho tirato l'allarme a scuola. Non mi rendevo conto che fosse grave, mi sembrava uno scherzo. Bene, poco dopo la tua partenza è arrivato un allarme bomba al Capitol. Capisci adesso? È meglio che dici la verità: l'hai fatta tu la telefonata di minaccia?". Resto in silenzio, calibro le parole: "Io non ero quel tipo di bambino e a scuola pensavo che quelli che tiravano l'allarme fossero degli idioti. Facevo altri giochi: preferivo collezionare francobolli. Ma se mi state accusando di aver provocato un allarme bomba allora vi chiedo di formalizzare l'accusa e voglio immediatamente un avvocato". Ora sono loro a rimanere in silenzio. Non formalizzano niente, ma comincia un controllo totale del camioncino: sono in venti tra Fbi e polizia. Controllano il mio diario, l'agenda, vagliano tutti i lavori e gli appuntamenti dell'ultimo anno. Poi ricomincia l'interrogatorio. Racconto dei francobolli e delle foto. Pensano che li prenda in giro. Mi salva un fax di Stefano Boeri, direttore della rivista Domus, che aveva deciso di sponsorizzare il progetto. Quattro ore dopo si arrendono: "Va bene, è una storia di francobolli e foto". Posso uscire da solo.

Sono pieno di umiliazione e di rabbia ma non voglio smettere. Se rinunciassi resterebbe una frattura insanabile. Decido di andare avanti. Da quel momento, ogni Stato viene avvisato. In tutto il Nord-Est mi aspettano già sull'autostrada. Arrivo in città, salgo le scale di un parlamento e mi seguono. Scelgo di presentarmi prima che mi fermino: "Sono Ramak Fazel, fotografo, posso entrare?". Mi chiedono di accomodarmi e cominciano le domande. Mi viene chiesto di spiegare da capo il motivo del mio viaggio, una volta, come è capitato a Charleston in West Virginia, mi parlano in tedesco e si fissano sul fatto che risultano miei viaggi in Germania, un'altra le domande si concentrano sulle macchine fotografiche, sui miei genitori, sull'Italia o perfino sugli occhiali. Sono miope, da qualche tempo ne indosso un paio di Dior anni Settanta, un modello trovato in un negozio di modernariato, sono spessi e colorati. A Trenton, in New Jersey, si trasformano: "Vorremmo che ci spiegasse perché porta occhiali militari". Questa volta non so se ridere o piangere: "No, guardi, Milano è la capitale della moda e anch'io sono un po' fashion victim". Mi guardano strano: niente foto.

Ogni volta devo parlare di tutti i viaggi che ho fatto, descrivo tutti i Paesi che ho visto e li annoio, solo quando vedo che non ne possono più cambio tono: "Vabbè, passiamo al Medio Oriente...". È l'unico momento divertente, scattano sulla sedia e ripartono le mille domande.

Ad Albany, capitale dello Stato di New York, gli agenti di guardia mi chiedono di aspettare all'ingresso l'arrivo di una coppia di colleghi in borghese. Uno dei due, un nero gigantesco, arriva da dietro, mi dà una potente pacca sulle spalle e esordisce: "Ormai sei una celebrità...". "Purtroppo sì, ma spero finisca presto". "No, intendevo in un altro senso: ho fatto una ricerca su Google e ho scoperto che pubblichi perfino in Giappone. Ragazzo, ma sei famoso! Fino a ieri eravamo in stato di massima allerta, poi questa mattina abbiamo ricevuto una telefonata che ha abbassato la tensione". Non ho mai saputo di chi e da dove.

Sul finale, la mia pazienza è quasi esaurita. In Pennsylvania, ad Harrisburg, sbotto: "Per favore, basta, ma i vostri colleghi non vi hanno comunicato niente?" "Sì, ma vorremmo farle anche noi alcune domande". Tiro fuori dal taschino della giacca il biglietto da visita dell'ufficiale dell'Fbi che mi ha interrogato per ore ad Annapolis: "Parlate con lui, mi conosce ormai meglio di mia madre". Mi raggiungono dopo mezz'ora: "Può andare, ci hanno detto cose bellissime su di lei".

A Frankfort, la capitale del Kentucky, quasi alla fine del viaggio, mi cade l'occhio su un foglio appoggiato sulla scrivania dai poliziotti che mi stanno interrogando nuovamente. Allegata c'è una foto. La riconosco. Sono io che dormo, la mia faccia appoggiata all'oblò di un aereo. Resto senza fiato. Capisco tutto. La signora di Sacramento. È stata lei. Mi ha segnalato e mi ha anche fotografato di nascosto durante il volo. Leggo la sua denuncia: racconta di un iraniano sospetto, che ha nel mirino i Parlamenti statali e i grandi centri commerciali. "Si presenta come fotografo ma quando gli ho chiesto per che rivista lavora ha farfugliato e non ha saputo rispondermi. Inoltre negli ultimi anni è stato più volte in Iran e in Europa". Ecco il canovaccio che ha fatto di me un sospetto terrorista. E poi sembrava troppo strano a tutti il significato del viaggio, questo è un itinerario che fanno solitamente i pensionati, sono loro l'unico pubblico che affolla i Capitol.

In Connecticut ho trovato una persona capace di riconciliarmi con il mio Paese. Il capitano della polizia mi aspettava sulla porta del Capitol, ha steso la mano verso di me e ha detto forte: "Benvenuto Mister Fazel". Abbiamo parlato di immagini e francobolli, suo padre era fotografo, mi aveva conosciuto attraverso Internet e ne era incuriosito. Prima che me ne andassi ha tirato fuori dalla tasca della giacca una bustina di carta leggera. "Questa mattina sono passato all'ufficio postale, ti ho comprato questi, sono sicuro che li capirai, che ne farai buon uso". Erano quattro francobolli da 39 cent, con una sola immagine: la statua della libertà. Sono gli unici che ho portato indietro. Spero porteranno fortuna a me e all'America, che ha bisogno di ritrovare se stessa.

(21 novembre 2006)

Da: http://www.repubblica.it/2006/11/sezioni/esteri/fotografo-ostaggio-in-usa/fotografo-ostaggio-in-usa/fotografo-ostaggio-in-usa.html




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12 agosto 2006

L'Italia dei poveri e dei furbi

La fotografia del Paese del ministero dell'Economia in base alle dichiarazioni 2004
Il caso: molti imprenditori e professionisti dichiarano 500 euro al mese

"In Italia dieci milioni di poveri"
Un lavoratore autonomo su 4 evade

Dieci milioni di poveri da una parte. Qualche decina di migliaia di Paperoni dall' altra. E' questa la fotografia dei contribuenti italiani scattata dal ministero dell' Economia in base alle dichiarazioni dei redditi consegnate nel 2004. A dichiarare redditi inferiori ai 6 mila euro sono nel complesso il 25,2% dei contribuenti italiani, cioè 10,2 milioni sul totale di 40,6. Il 6,58% indica un importo inferiore addirittura ai 1.000 euro.

I Paperoni, con oltre 200 mila euro di reddito, sono invece 55.733, lo 0,14% del totale. Il numero cresce, ma non di molto, se si riduce drasticamente la soglia del reddito dichiarato ai 100 mila euro: il numero dei "più che benestanti" sale a 271 mila ma non rappresenta che solo lo 0,67% del totale.

Ma il dato più eclatante riguarda la posizione contributiva dei lavoratori autonomi: uno su quattro dichiara un reddito inferiore alla pensione sociale. Il 25,6% dei contribuenti titolari di partita Iva ha denunciato con la dichiarazione Unico 2004 un reddito pari o inferiore ai 6 mila euro. E' questa la fotografia che emerge dalle elaborazioni del Dipartimento per le Politiche Fiscali del ministerno dell' Economia sulle dichiarazioni dei redditi consegnate nel 2004 da 3.821.650 lavoratori autonomi. Dai dati risulta inoltre che un esercito di 978.991 imprenditori, commercianti, professionisti e agricoltori racconta al fisco di percepire meno di 500 euro al mese.

La percentuale degli autonomi-indigenti varia però a seconda delle categorie: tra gli imprenditori-commercianti è del 24,7% (582 mila contribuenti) la quota di chi dichiara sotto i 6 mila euro l' anno, un valore che scende al 14,1% tra i professionisti (117 mila i più poveri) e sale al 44,24% tra gli agricoltori (pari a 278 mila).

(12 agosto 2006)

Da: http://www.repubblica.it/2006/08/sezioni/economia/poveri-italia/poveri-italia/poveri-italia.html




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11 agosto 2006

Awnery - Non-politica con altri mezzi

29 giorni di bombe, non un obiettivo raggiunto: Israele rovescia il motto di Clausewitz
Vittime dei miti
Il fallimento bellico frutto dell'arroganza e del disprezzo del governo e dei militari nei confronti dei combattenti arabi
Illusioni «unilaterali»
Non c'è pace possibile senza trattare con chi fa la guerra: palestinesi, libanesi e siriani, Hamas ed Hezbollah


Appena finirà la guerra verrà il giorno dei lunghi coltelli. Tutti, politici e militari, daranno la colpa a qualcun altro. I politici si daranno la colpa a vicenda. I generali lo stesso. I politici daranno la colpa ai generali. E, soprattutto, i generali daranno la colpa ai politici. Dopo ogni guerra, quando i generali falliscono, comincia a circolare la leggenda della «pugnalata alle spalle»: se soltanto i politici non avessero fermato l'esercito proprio quando era sul punto di realizzare la sua gloriosa, storica, devastante vittoria....

E' quel che successe in Germania dopo la Prima guerra mondiale, e dalla leggenda nacque il movimento nazionalsocialista. E' quel che successe in America dopo il Vietnam. E' qualche succederà qui: è già nell'aria.
La verità è che, finora, al ventinovesimo giorno di guerra, sul piano militare non è stato raggiunto un solo obiettivo. Lo stesso esercito che impiegò sei giorni per mettere a tappeto tre grossi eserciti arabi nel 1967 non ce l'ha fatta a sgominare un piccola organizzazione «terrorista» in un lasso di tempo ormai più lungo di quello della guerra dello Yom Kippur. Allora, l'esercito ci mise venti giorni a trasformare una sconfitta senza precedenti in una sonora, indimenticabile vittoria militare. Sperando di dare l'idea di un qualche successo militare, i portavoce dell'esercito ci dicono che «abbiamo ucciso 200 (o 300, o 400, chi tiene più il conto?) dei 1000 guerriglieri Hezbollah». L'affermazione che l'intero terribile esercito Hezbollah consti soltanto di un migliaio di combattenti parla da sola.
Stando ai corrispondenti, il presidente Bush è frustrato. L'esercito israeliano non gli è stato molto utile. Bush li ha mandati alla guerra credendo che il più potente degli eserciti, equipaggiato con le più potenti fra le armi americane, avrebbe finito il lavoro in qualche giorno, eliminando Hezbollah, consegnando il Libano alle redini americane, indebolendo l'Iran e magari facendo pure strada ad un cambio di regime in Siria. Ovvio che ora Bush sia arrabbiato. Ehud Olmert è anche più arrabbiato. E' andato alla guerra di gran carriera ed a cuor leggero, perché i generali dell' Aviazione gli avevano promesso di distruggere Hezbollah e i loro razzi in pochi giorni. Adesso è impantanato e senza prospettive di vittoria. Come al solito, al termine dei combattimenti (ma forse anche prima), comincerà la Guerra dei Generali. Già ne emergono le prime linee. I comandanti delle forze terrestri già incolpano il Comandante in capo e tutta l'Aviazione che, intossicata dal potere, aveva giurato di vincere tutto con le proprie forze: di bombardare, distruggere ponti, strade, quartieri residenziali, villaggi e... finito!

I seguaci del Comandante in capo e dell'Aviazione incolperanno le forze terrestri, soprattutto il Comando Nord. I loro portavoce nei media già dichiarano che è un comando zeppo di ufficiali inetti, sbattuti lassù soltanto perché al nord si stava tranquilli mentre tutta la vera azione era al sud (Gaza) ed al centro (Cisgiordania). Già circolano le prime insinuazioni sul capo del Comando Nord, Udi Adam, che sarebbe stato nominato soltanto perché suo padre, Kuti Adam, venne ucciso durante la prima guerra libanese.

Più o meno tutte queste accuse sono fondate: questa guerra è fatta di fallimenti militari - per cielo,per terra e per mare. Sono fallimenti radicati nella tremenda arroganza nella quale siamo stati cresciuti, ormai nostro carattere dominante. Caratteristico delle nostre forze armate, raggiunge l'apice nell' Aviazione. Per anni ci siamo detti che abbiamo l'esercito più-più-più del mondo intero. E non soltanto ci siamo convinti fra di noi, ma anche Bush ed il resto del mondo. Uno degli obiettivi dichiarati di questa guerra doveva essere proprio quello di riabilitare il potere deterrente dell'esercito israeliano. L'abbiamo proprio mancato. Perché, cosa è successo?

Il problema è che l'altro aspetto della nostra arroganza è costituito dal disprezzo nei confronti degli arabi. Adesso i nostri soldati stanno imparando a loro spese che i «terroristi» sono combattenti duri ed assai motivati, non un branco di drogati persi a sognare le loro vergini in paradiso. Ma al di là dell'arroganza, c'è un problema militare di fondo: è semplicemente impossibile vincere una guerra contro la guerriglia. L'abbiamo già visto restando per 18 anni in Libano. Poi ci siamo inevitabilmente arresi al ritiro. Adesso, dio solo sa cosa ha dato a questi generali l'infondata sicurezza nel ritenersi in grado di riuscire dove i loro predecessori hanno fallito. E soprattutto: nemmeno il miglior esercito al mondo potrebbe vincere una guerra priva di precisi obiettivi. Karl Von Clausewitz, guru della scienza militare, ha detto che «La guerra non è altro che il proseguimento della politica con altri mezzi». Olmert e Peretz, due totali dilettanti, hanno rigirato il tutto: «la guerra non è altro che la continuazione dell' assenza di politica con altri mezzi». Chiaramente è un problema di leadership politica. Quindi le colpe principali verranno deposte ai piedi dei due gemelli siamesi, Olmert e Peretz. Hanno ceduto alla tentazione del momento trascinando tutto il paese in guerra - una decisione intempestiva, sconsiderata e priva di scrupoli. Come ha già scritto Nehemia Strassler in «Haaretz»: si sarebbero potuti fermare dopo due o tre giorni, quando tutto il mondo asseriva che la provocazione di Hezbollah giustificava la risposta israeliana e nessuno ancora dubitava della potenza del nostro esercito. L'intera operazione sarebbe apparsa sensata, sobria e proporzionata.

Ma Olmert e Peretz non sono riusciti a fermarsi. Come due babbei, non si sono resi conto che delle millanterie dei generali non ci si può fidare, che neanche i più brillanti piani militari sono degni della carta sulla quale sono scritti, che in guerra l'imprevedibile va previsto, che niente è più effimero delle glorie di guerra. Intossicati dalla fama di guerra, istigati da un gregge di giornalisti scodinzolanti, la gloria di condottieri ha dato loro alla testa. Olmert si è eccitato coi suoi stessi discorsi così incredibilmente kitch, provati e riprovati di fronte ai suoi tirapiedi. Quanto a Peretz, sembra quasi si sia messo di fronte allo specchio a rimirarsi già come fosse il prossimo Primo ministro, il prossimo Mister security, un nuovo Ben Gurion. Così, come i due idioti del villaggio, si sono messi alla testa di questo carnevale di folli, diritti verso il fallimento politico e militare.
Ne pagheranno il prezzo un volta finita la guerra.
Come andrà a finire questo disastro?

All'inizio della guerra il governo ha furiosamente respinto qualsiasi ipotesi di dispiegamento di forze internazionali al confine. L'esercito riteneva che una simile forza avrebbe ostacolato le sue operazioni e neanche sarebbe bastata per proteggere Israele. Adesso, improvvisamente, il dispiegamento di una simile forza è diventato uno dei motivi principali di questa guerra. Il che costituisce, naturalmente, una scusa un po' triste; qualsiasi forza internazionale potrà essere dispiegata soltanto previo accordo con Hezbollah. Nessun paese spedirebbe i propri uomini a combattere contro la popolazione locale. E dappertutto, al confine, gli sciiti faranno ritorno ai propri villaggi - compresi i guerriglieri Hezbollah. Quindi, la forza di peacekeeping sarà totalmente subordinata agli accordi con Hezbollah. Altrimenti, basterà l'esplosione di una bomba sotto un bus pieno di fracesi, ed ecco levarsi l'urlo da Parigi: «Riportate a casa i nostri ragazzi!». Come è successo quando vennero bombardati a Beirut i marines americani. I tedeschi, poi, che hanno scioccato il mondo opponendosi al cessate-il-fuoco, figuriamoci se manderanno i soldati al confine con Israele.
Ma, ancora più importante: niente impedirà ad Hezbollah di lanciare i propri razzi sopra le teste della forza internazionale, come e quando vorranno. E allora, che farà la forza di peacekeeping? Conquisterà tutta l'area fino a Beirut? Ed Israele che farà?

Olmert vuole che la forza internazionale si occupi di controllare anche il confine siro-libanese. Il che è, ovviamente, illusorio, trattandosi di un confine che si estende per l'intero nord-est del Libano: chiunque voglia infiltrare armi dovrà soltanto tenersi lontano dai principali raccordi stradali, che poi saranno gli unici ad essere pattugliati. Dopodiché ci saranno centinaia di stradine percorribili. Con la dovuta tangente, tutto è fattibile in Libano.

Dunque, alla fine di questa guerra, ci ritroveremo più o meno allo stesso punto di prima quando ancora non erano stati uccisi un migliaio di libanesi e molti israeliani, prima dello sfratto di un milione di esseri umani dalle proprie case, prima della distruzione di migliaia e migliaia di case fra Libano ed Israele. Dopo la guerra, l'entusiasmo scemerà, gli abitanti del nord torneranno alle loro case leccandosi le ferite, l'esercito aprirà un'inchiesta sui propri fallimenti.

Tutti sosterranno di esser stati contrari a questa guerra fin dall'inizio.
L'unica soluzione che si profila dunque è: cacciar via Olmert, far fare le valigie a Peretz e licenziare Halutz. E finalmente imbarcarsi in un nuovo corso politico, l'unico che possa veramente risolvere tutti i problemi: negoziare con i palestinesi, con i libanesi e con i siriani. E con Hamas ed Hezbollah. Perché la pace la si fa soltanto con i nemici.


Ury Avnery
Fonte: www.ilmanifesto.it
9.08.06

Da: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=Forums&file=viewtopic&p=4132#4132




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29 giugno 2006

I Veri Costi della Guerra

Finora la guerra in Iraq e' costata 261 miliardi di dollari, e le previsioni dicono che arrivera' a costarne piu' del doppio. Joseph Stiglitz e l'esperta di budget Linda Bilmes, tuttavia, credono che anche questa stima sia riduttiva: non comprende le pensioni di invalidita' ai veterani, le cure mediche ai soldati, il rimpiazzo degli equipaggiamenti e delle munizioni usati nel conflitto e altre voci di spesa. Il conto finale, ipotizzano, potrebbe arrivare a 1,27 trilioni di dollari.
E' la cifra che si ottiene spendendo 1 milione di dollari al giorno per 1 milione di giorni, cioe' 2.737 anni...
Con i risultati che vediamo tutti...




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24 giugno 2006

Paese Italia e la libera informazione

Una lezione di giornalismo


Ieri Piero Ricca ha fatto qualche domanda a Andreotti. Dopo ha dovuto darsi alla fuga, ma è stato preso e portato in commissariato. Ecco il suo racconto (video).

"Nel primo pomeriggio di ieri, nell’aula magna dell’Università Bicocca, a Milano, ho rivolto qualche domanda al senatore a vita Giulio Andreotti, sul tema di quella sua strana assoluzione per prescrizione del reato di associazione a delinquere, ritenuto dai giudici “concretamente ravvisabile” almeno fino al 1980. Per aver osato tanto, sono stato identificato e minacciato da agenti di polizia, e trattenuto in commissariato per quasi due ore. E m’è andata ancora bene.
Nell’aula magna della Bicocca alcuni cronisti stavano intervistando il nostro dipendente a vita su altri temi: il calcio, Moggi, la Nazionale, “la caduta della moralità pubblica come si evince dalle recenti intercettazioni”, il rapporto fra aspiranti attrici e uomini di potere e via leccando. Andreotti era comodamente seduto, rilassato. Ogni tanto faceva una battuta e i cronisti ridevano di gusto. I docenti della Bicocca, intorno, componevano una festosa corona.
A un certo punto mi sono inserito, ho consegnato ad Andreotti un foglio con l’estratto della sentenza della corte d’appello di Palermo, poi confermata dalla Cassazione e con il tono più pacato possibile gli ho chiesto di commentarlo. Ne è nato un dialogo, che ho videoripreso a meno di un metro di distanza, di tre o quattro minuti. L’ho interpellato sulle responsabilità a lui addebitate dalla giustizia italiana, gli ho chiesto se ritenesse una cosa normale la presenza in Parlamento in qualità di senatore a vita di un personaggio così descritto da una sentenza definitiva, gli ho fatto presente che nei giudizi di molte testate internazionali il “caso Andreotti” era considerato uno scandalo, e così via intervistando. Lui ha risposto invitandomi a leggere per intero la sentenza, visto che “dagli estratti si capisce poco”, ha affermato che la prescrizione nasce solo dal dubbio della corte su un singolo incontro (per lui mai avvenuto) con il mafioso Bontade (”un certo Bontade”), ha aggiunto che all’estero incontra solo rispetto e solidarietà. E così via, minimizzando e svicolando, con quei tipici occhi a fessura.
Già mentre gli rivolgevo le domande alcuni agenti in borghese della sua guardia personale mi premevano e tiravano da dietro. Al che mi sono ribellato subito ad alta voce. Ho chiesto ad Andreotti se fosse ancora possibile in questo Paese fare domande ai politici e lui mi ha risposto che nessuno me lo stava impedendo, che fare domande era un diritto “e anche dare le risposte”, poi ha aggiunto: “Ma se lei è qui per fare un numero, allora…”. Le sue guardie intanto mi piantonavano e tenevano da dietro. Ma il principale non s’è accorto di nulla.
A intervista finita i gendarmi, agenti della polizia di Stato, hanno cercato di portarmi via tirandomi con forza. Ho protestato a voce alta in mezzo alla sala, mentre iniziava la conferenza. I gendarmi sono spariti. Nessuno dei presenti ha fiatato.
Sono rimasto altri venti minuti in aula magna, seduto tranquillamente, continuando a videoriprendere. Poi sono uscito per andarmene via, da solo, e sono stato trattato come un delinquente.
Una guardia privata della Bicocca ha cominciato a inveire in modo minaccioso, urlandomi addosso come un pazzo e cacciandomi a forza da una porta laterale, le guardie personali di Andreotti mi hanno trattenuto, strattonandomi e minacciandomi di sequestrami la videocamera e ordinandomi di mostrare i documenti. Il tono era concitato, nevrotico, da pessimo telefilm americano. Era evidente il tentativo di intimidire. Mentre il guardiano privato continuava a inveire e a minacciarmi, mi sono divincolato e me ne sono andato via. I poliziotti e la guardia privata mi hanno inseguito, mi hanno immobilizzato in un luogo dove non passava nessuno e a nulla sono valse le mie buone ragioni, del tipo: “Io non ho fatto nulla di male, ho semplicemente rivolto delle domande a un politico, riprendere eventi e personaggi pubblici è consentito, se commettete abusi vi denuncerò”.
Gli agenti continuavano a ripetermi: “Tu non puoi comportarti così con il senatore, le tue domande non c’entravano nulla, tu non puoi riprendere senza permesso e hai ripreso anche noi, e poi ti conosciamo già, eri tu a Roma davanti al Senato, tu ora ci dai tutto il materiale e poi ti portiamo in commissariato”. Mentre dicevano questo, uno mi teneva fermo contro un muro e l’altro mi tratteneva lo zaino con la videocamera e un registratore audio.
Ho obiettato: “Lasciamo decidere a un giudice chi ha ragione, voi state commettendo un abuso e comunque esigo di conoscere i vostri nomi”.
Un agente ha risposto: “La legge sono io ora, il giudice sono io”. Poi, rivolto al collega ha aggiunto: “Ora gli prendiamo le impronte digitali, così l’amico inizia ad abbassare la cresta”. I danni dei telefilm americani sono incalcolabili.
Poi sono stato portato in auto da altri agenti di polizia al commissariato di Greco, dove sono stato trattenuto per oltre un’ora e mezza. Lo zaino lo hanno preso in consegna loro. Per puro caso, gravissimo reato, non avevo con me la carta d’identità (mentre ho mostrato un tesserino identificativo di tipo elettorale che, sempre per caso, avevo con me) e abbiamo dovuto attendere che fosse trasmesso un fax da Parma con la fotocopia del mio documento. La qual cosa ha evitato la ventilata pratica della fotosegnalazione con impronte digitali in Questura: che certo sarebbe stata un’esperienza divertente per uno dei cittadini più identificati di Milano.
Per tutto il tempo mi è stato impedito di telefonare al mio legale e di effettuare o ricevere qualsiasi altra chiamata, come chiedevo di poter fare. “Il cellulare lo deve tenere spento”.
Ho notato che gli agenti di Greco si consultavano con altre persone al telefono, compresi gli agenti di guardia ad Andreotti, per decidere se sequestrami il materiale o meno. A margine delle complesse trattative ho fatto presente di essere ben noto negli ambienti della Questura e altrove per le mie attività di cittadino impegnato in politica, citando nomi e fatti, compresi esposti e interrogazioni parlamentari contro la polizia di Milano.
Alla fine sono stato rilasciato, con videocamera e tutto il resto. Gli agenti hanno redatto un verbale “per uso interno”, che non mi hanno fatto leggere.
Ecco tutto. Sono stato trattato in questo modo perché, nel silenzio della gran parte degli operatori dell’informazione, ho rivolto due o tre domande a un senatore a vita giudicato dalla giustizia del mio Paese un colluso con la mafia, salvatosi da una condanna per intervenuta prescrizione del reato. Io, che non ho mai preso una multa in vita mia.
Coerentemente, al tg3 regionale della sera, le mie domande - di pura supplenza giornalistica - sono state definite come l’intervento di un “contestatore”. E il Corriere della Sera odierno, in un riquadrino, riporta la notizia del mio trasferimento coatto in commissariato, “a seguito di una discussione con Andreotti”. Nell’occhiello la “discussione” diventa 'lite' ".

Da: www.beppegrillo.it




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15 giugno 2006

Tutto il Mondo e' Paese...

Video porno, diamanti e champagne la frode degli sfollati per Katrina
di ARTURO ZAMPAGLIONE

NEW YORK - Duecento dollari per una bottiglia di Dom Perignon tra le "signorine" di Hooters. Seicento dollari per una nottata in un locale di spogliarello. Mille dollari per la parcella di un avvocato divorzista. E ancora: vacanze ai Caraibi, diamanti, interventi chirurgici per il cambiamento di sesso, alberghi alle Hawaii e tanti video porno, di cui "non c'era assolutamente bisogno", secondo quanto hanno scritto i revisori dei conti con una punta di ironia, forse fuori luogo. Queste spese, infatti, si riferiscono all'uso improprio di fondi pubblici stanziati per le vittime di Katrina e sono gli esempi più eclatanti di un nuovo scandalo-nello-scandalo che è costato al contribuente americano 1,4 miliardi di dollari.

L'uragano colpì la costa meridionale degli Stati Uniti alla fine dell'agosto 2005, seminando morti, distruggendo i villini del Mississippi e i casinò di Biloxi, e soprattutto sommergendo New Orleans. George W. Bush capì con troppo ritardo l'ampiezza della catastrofe e la risposta della Fema (Federal emergency managament agency), l'agenzia del governo per la protezione civile, fu dilettantesca e inadeguata. L'opinione pubblica americana reagì con rabbia, puntando il dito verso la Casa Bianca, i cui indici di popolarità cominciarono a scendere, aiutati anche dalla disaffezione per la guerra in Iraq. Bush licenziò il direttore della Fema Mike Brown e promise un rinnovato impegno. Si affrettò a mandare soldi, a distribuire carte di credito e ad accelerare le pratiche di rimborso. Il risultato? Migliaia di vittime - reali o immaginarie - ne approfittarono per arricchirsi illecitamente o sperperare i soldi degli aiuti.


La conferma di questa gestione allegra dei fondi pubblici si è avuta in un rapporto redatto dal Gao (Government accountability office), una sorta di corte dei conti che fa capo al Congresso. "Le conclusioni del documento sono spaventose e scioccanti", ha ammesso Michael McCaul, il deputato repubblicano del Texas che presiede la sottocommissione inquirente. "Siamo ben oltre le previsioni più nere". Secondo il Gao un quarto del totale degli aiuti destinati alle vittime di Katrina, e in parte anche a quelle dell'uragano Rita, che l'anno scorso colpì la Florida, sono andati a truffatori o persone che non li meritavano. La Fema ha già elencato 1500 casi fraudolenti da affidare alla magistratura, ma lo scandalo va ben oltre.

Le carte di credito emesse dalla JP Morgan Chase e distribuite dal governo agli abitanti più in difficoltà delle zone colpite sono state usate per spese voluttuarie, come appunto gli spogliarelli o lo champagne. Alcuni sfollati hanno usufruito delle stanze d'albergo pagate dalla Fema, salvo poi chiedere (e ottenere) un rimborso a parte. E migliaia di persone si sono fatte dare gli aiuti senza averne alcun diritto: tra questi un gruppo truffatori che hanno messo, nella richiesta di aiuti finanziari, terreni inesistenti o persino lotti nei cimiteri. "Cercammo di fare presto per aiutare quelli che avevano un bisogno disperato di aiuto", si giustifica il portavoce della Fema, Aaron Walzer, promettendo che l'agenzia ha fatto di tutto per evitare, nel futuro, una maxi-frode del genere.


(15 giugno 2006)

Da: http://www.repubblica.it/2006/06/sezioni/esteri/polemiche-soldi-katrina/polemiche-soldi-katrina/polemiche-soldi-katrina.html




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11 giugno 2006

3 contro Report: la strategia di zittire i media

Il gestore mobile 3 chiede alla Rai più di 130 milioni di euro di danni per la trasmissione della Gabanelli.

[ZEUS News - www.zeusnews.it - 09-06-2006]

La trasmissione Report sul caso La3 è oggetto di una richiesta miliardaria per danni, senza precedenti: più di 130 milioni di euro. 3 sostiene che, dopo la trasmissione, 18.000 utenti avrebbero disdettato l'abbonamento e circa 35.000 avrebbero rinunciato ad abbonarsi.

La trasmissione si era occupata di molti aspetti delle strategie industriali e commerciali, dai contenuti video "autogestiti" che possono essere anche pornografici e ai rischi per i minori, alla quotazione in borsa più volte rinviata, ai problemi delle frequenze televisive.

Nella trasmissione era stato dato molto spazio alle posizioni di 3, rappresentate al massimo livello dall'amministratore delegato Vincenzo Novari, che aveva potuto tranquillamente e lungamente replicare a obiezioni e domande.

E' soprprendente questa richiesta così ingente di danni, motivata con una perdita di abbonati effettivi e addirittura potenziali, che difficilmente si può far derivare con questa precisione quantitativa dalla trasmissione; è inoltre dubbio che, anche nel caso che fosse dimostrabile, una tale perdita di abbonati possa giustificare una così ingente richiesta di danni.

Appare invece più preoccupante l'allineamento di 3 a Telecom Italia nel rispondere con iniziative giudiziarie alle critiche liberamente espresse dalla stampa e dalla Tv, nello stesso momento in cui la stessa 3 diventa una Tv e quindi entra nel mondo dell'informazione con il lancio della propria Tv e quindi un concorrente della stessa Rai. In questo senso l'insofferenza alle critiche accomuna tutti i protagonisti delle Tlc, sia i vecchi che i nuovi, già molto potenti come inserzionisti pubblicitari.

Una realtà è scontata e tutte le aziende, comprese quelle della telefonia, ne devono prendere atto: esiste una larga fetta dell'opinione pubblica che è molto sensibile ai temi etici e religiosi. Per questo motivo, anche nel 2006, se un'azienda fa i soldi con contenuti assimilabili al porno, sia pure legittimamente e legalmente, moltissimi non ci vogliono avere nulla a che fare.

Da: http://www.zeusnews.it/index.php3?ar=stampa&cod=4871

La puntata di report su 3 la potete leggere qui:

http://www.report.rai.it/R2_popup_articolofoglia/0,7246,243%255E90229,00.html




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10 giugno 2006

Nuovo Al-Zarqawi Cercasi...

L'altra sera (giovedi') ascoltando il telegiornale mi sono sentito veramente preso in giro, "ucciso Al-Zarqawi con 2 bombe da 250 kg sul suo covo appena individuato", con tanto di foto del viso di Al-Zarqawi morto e impronte digitali a conferma... Ora signori qualcuno mi spieghi come e' possibile che il viso rimanga intatto come visto nella foto dopo che 2 bombe da 250kg hanno raso al suolo l'abitazione...oppure mi spieghi perche', se Al-Zarqawi era tutto sto gran leader super terrorista, una volta individuato dove stava non e' stato arrestato per poi essere interrogato, non poteva forse avere molto da raccontare? Con i metodi di Abu Ghraib forse qualcosa gli si poteva estorcere...
Ve lo dico io il perche' di tutto questo, Al-Zarqawi non era nessuno, un personaggio che non contava niente ma montato ad hoc dalla propaganda che ha bisogno di un nemico in carne ed ossa a cui dare la colpa di tutto; ora non serviva piu' e hanno inscenato la sua scomparsa. Senza contare poi che non e' la prima volta che sentiamo la notizia della sua morte, aveva anche perso una gamba in un esplosione tempo fa se non ricordo male.
Adesso si apre quindi il "toto-nemicoda25milioniditaglia" perche' ne serve uno nuovo, senza non i puo' stare.

Eppure tutti felici della notizia... ma per piacere.




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18 maggio 2006

Le armi di Star Trek...

RAI/ ARMI LETALI SPERIMENTATE IN IRAQ, INCHIESTA DI RAI NEWS 24

Testimoni parlano di laser e microoonde. In onda giovedì

15-05-2006 20:03

Roma, 15 mag. (Apcom) - Un nuovo documentario di Sigfrido Ranucci e Maurizio Torrealta sull'Iraq, che andrà in onda su Rai News 24 giovedì alle 7:36, anche su RaiTre, e successivamente alle ore 13:06, indaga su alcune nuove armi che sarebbero state sperimentate dalle forze armate americane in Iraq e in Afghanistan. Lo rende noto un comunicato del canale satellitare della tv pubblica.

L'inchiesta parte dalle testimonianze drammatiche di due testimoni iracheni: il primario dell'ospedale di Hilla ed il primo violinista della orchestra di Baghdad, tutti e due con una lunga esperienza militare nell'esercito iracheno e con diverse guerre alle spalle. I fatti - prosegue la nota di Rai News 24 - sono avvenuti nell'aprile del 2003. Il primo racconta degli effetti di un arma mai vista prima che ha colpito un autobus che ha invertito la marcia prima di un check point americano. Senza alcun rumore e senza schegge o tracce di proiettili, improvisamente qualcosa ha seminato la morte uccidendo 20 persone, tagliando arti e ferendo i passeggeri.

Il secondo testimone racconta di aver visto gli effetti di una arma sconosciuta, utilizzata nella battaglia dell'aeroporto, che senza utilizzare proiettili uccideva riducendo i corpi nelle loro dimensioni. Il testimone parla anche di civili in una macchina uccisi senza proiettili con solo il viso e gli occhi bruciati. Ambedue i testimoni parlano di laser.

L'inchiesta parte da qui per indagare sulle nuove armi che utilizzano l'energia a microonde e laser induttore a plasma. Viene trovata traccia della sperimentazione di una arma al laser (lo Zeus), montata su un 'Humvee' militare, sia in Iraq che in Afghanistan, utilizzata formalmente per fare esplodere mine o ordigni esplosivi improvvisati. E viene trovata traccia di ordini di armi a microonde per l'Afghanistan e l'Iraq.

L'inchiesta infine affronta una arma particolare a microonde chiamata 'Active Denial System', meglio conosciuta come 'Raggio del dolore' per la capacità di attivare, attraverso un raggio a microonde, i recettori del dolore nelle persone colpite. Questa arma viene presentata come arma non letale, se ne prevede infatti l'uso per il controllo dell'ordine pubblico interno nelle città occidentali minacciate dal terrorismo. Gli esponenti dell'associazione Human Rights Watch esprimono forte preoccupazione per gli effetti sconosciuti di questa arma che vengono tenuti ancora segreti e per le libertà democratiche di espressione del dissenso che potrebbero esserne fortemente limitate.

Il nuovo documentario di Ranucci e Torrealta sarà presentato mercoledì 17 alle 11:00 alla Federazione Nazionale della Stampa. Il documentario sarà disponibile anche sul sito www.rainews24.it in lingua inglese, italiana ed araba.

Da: http://notizie.virgilio.it/sitesearch/index.html?filter=foglia&nsid=11923990&mod=foglia




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12 maggio 2006

AHMADINEJAD: LOST IN TRANSLATION

DA "LITTLE RED EMAIL"

Ma se le dichiarazioni di Ahmadinejad che lo rendono il cattivone di stagione fossero state a) tradotte male e b) prese fuori contesto?

Era l’Ottobre dello scorso anno quando tornammo a casa, accendemmo la radio e sentimmo terrorizzati la notizia che il presidente Iraniano negava che l’ Olocausto fosse avvenuto e diceva che lo stato di Israele doveva essere cancellato dalla carta geografica. ‘ Cristo ’ pensammo, ‘ questo pazzo si mette allegramente nelle loro mani con questo tipo di retorica .’ Da allora “la crisi missilistica Cubana alla moviola”, come un accademico ha descritto l’imbroglio USA-Iran, è montata a grave allarme con l’articolo di Seymour Hersh sul New Yorker che riferisce che la Casa Bianca è pronta ad un bombardamento nucleare.

Servirebbero 12 ore a dispiegare le armi nucleari per un bombardamento distruggi-bunker che ucciderebbe milioni di Iraniani secondo stime conservative commissionate dal Pentagono. Gli aerei armati di testatate nucleari sono ora in costante allerta e l’opinione pubblica è stata intrappolata da quelle pazze, pazze affermazioni su Israele fatte dal Presidente dell’ Iran Mahmoud Ahmadinejad.

Ma se le dichiarazioni di Ahmadinejad che lo rendono il cattivone di stagione fossero state a) tradotte male e b) prese fuori contesto ?

Se tradotto appropriatamente il presidente Iraniano in realtà chiede come obiettivo per il futuro la rimozione dei regimi che sono al potere in Israele e negli USA. Ha chiesto una maggiore autorità per la Palestina. La parola mappa non compare nemmeno. E il presidente rende chiaro che l’Olocausto è avvenuto, ma, sostiene che le potenze occidentali hanno sfruttato il ricordo dell’ Olocausto per i loro scopi imperialistici. Ciò con cui se ne sono usciti i maggiori mass media è un completo inganno.

L’inganno è stato aiutato dal fatto che molti mezzi di comunicazione usano una compagnia ‘ indipendente ’ chiamata Middle East Media Research Institute (Memri) per tradurre lingue mediorientali. Memri guarda caso è posseduta da due Israeliani di destra neo-con : Meyrav Wurmser , la moglie di uno degli aiutanti di Dick Cheney (ed ex assistente speciale di ‘Strap-on’ John Bolton ), David Wurmser e l’ex (?) ufficiale dell’ Intelligence Militare Israeliana, Colonnello Yigal Carmon . In effetti uno sguardo all’ incompleta lista dello staff su Wikipedia sembra suggerire una pesante influenza Israeliana nel personale e almeno due ex membri dell’ Intelligence Militare Israeliana. Eppure little red email è sicura che sia solo una coincidenza, come il fatto che l’esercito Israeliano (presumibilmente l’intelligence militare) ha anche usato queste tattiche di disinformazione in passato.

E appena Ahmadinejad è stato dipinto con l’etichetta di pazzoide distruttore di ebrei è bastato un breve salto, un saltello e ein Sprung perché fosse accanto ad Adolf Hitler nel pantheon dei cattivoni. Come per Milosevic e Hussein prima di lui, il paragone di Ahmadinejad a Hitler è un segno sicuro che la guerra è imminente.

Però a differenza di Hitler Ahmadinejad non governa l’ Iran né ne controlla la politica estera o militare. L’ uomo incaricato di tutto ciò è il Leader Supremo dell’ Iran Ayatollah Ali Khamenei.

L’ Iran è una teocrazia e Khamenei è il teocrate-in-capo. Per darvi un’idea di dove si collochi Ahmadinejad nella gerarchia politica Iraniana notate che nessuno può nemmeno concorrere per la Presidenza senza prima l’approvazione di Khamenei e del Consiglio dei Guardiani, un gruppo di sei religiosi e di sei giuristi conservatori selezionati da Khamenei.

Ahmadinejad serve allo scopo di essere un credibile Uomo Nero. Se si avvererà l’ ipotesi di atomiche sfonda-bunker fatta da Seymour Hersch troverà utili il suo Ph.D in ingegneria civile e il suo essere membro fondatore della Iran Tunnel Society.

Little Red Email
Fonte: http://www.cannedrevolution.com/littleredemail/
Link: http: //peacepalestine.blogspot.com/2006/05/ahmadinejad-lost-in-translation.html
02.05.2006

Da: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=2102




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